La Corte di Giustizia sulla riserva di proprietà nelle procedure d’insolvenza

Dopo la sentenza del 26 ottobre 2006, causa C-302/05 Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana, con la sentenza del 10 settembre 2009, causa C-292/08, German Graphics Graphische Maschinen GmbH contro Alice van der Schee, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee è tornata a occuparsi della riserva di proprietà.

La Corte del Lussemburgo si è pronunciata su alcune questioni pregiudiziali sollevate dalla suprema Corte dei Paesi Bassi (Hoge Raad der Nederlanden) in una controversia che opponeva la società tedesca German Graphics e la curatrice della Holland Binding, società olandese alla quale la German Graphics aveva venduto dei macchinari in forza di un contratto recante una clausola di riserva di proprietà.

La German Graphics, avendo ottenuto dal Landgericht Braunschweig (Germania), successivamente all’apertura della procedura fallimentare, un provvedimento conservativo relativo ad alcuni macchinari che si trovavano presso i locali della società olandese, ne richiedeva l’exequatur presso il voorzieningenrechter te Utrecht, giudice dei provvedimenti d’urgenza di Utrecht (Paesi Bassi), che accoglieva l’istanza. La curatrice del fallimento della Hollang Binding interponeva appello dinanzi al Rechtbank Utrecht contro la decisione che dichiarava esecutiva l’ordinanza del Tribunale tedesco, ottenendone l’annullamento. La German Graphics presentava allora ricorso per cassazione al Hoge Raad der Nederlanden, nell’ambito del quale vennero sollevate le questioni sottoposte all’esame della Corte di Giustizia.

Tali questioni riguardavano la sfera di applicazione delle disposizioni del Regolamento 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza e del Regolamento 44/2001, ed in particolare l’inquadramento di un’azione conservativa promossa sulla base di una clausola di riserva di proprietà nell’ambito della disciplina dei due regolamenti.

Ricordiamo, innanzitutto, che il regolamento 1346/2000 sulle procedura d’insolvenza si occupa sia della competenza che della legge applicabile, oltreché del riconoscimento intracomunitario di decisioni attinenti alle procedure di insolvenza .

Esso stabilisce, infatti, in primo luogo, i giudici di quale Stato membro abbiano competenza per l’apertura di una procedura d’insolvenza (Art. 3) e di eventuali procedure secondarie. Il regolamento prevede l’applicazione alla procedura della legge dello stato di apertura, stabilendo che essa determini le condizioni di apertura, lo svolgimento e la chiusura, nonché i beni che sono oggetto di spossessamento e la sorte dei beni acquisiti dal debitore dopo l’apertura della procedura di insolvenza (L’art. 4, nn. 1 e 2, lett. b).

Quanto al riconoscimento delle decisioni in materia d’insolvenza, di esso si occupa innanzitutto l’art. 16, per quanto riguarda la decisione di apertura. Per la fase successiva all’apertura vengono in rilievo le disposizioni dell’Art. 25.

Il paragrafo 1 di tale articolo tratta del riconoscimento delle decisioni relative allo svolgimento e alla chiusura di una procedura di insolvenza in un paese diverso da quello in cui è stata pronunciata l’apertura della procedura stessa e stabilisce che dette decisioni siano riconosciute ed eseguite a norma della [Convenzione di Bruxelles], ora del regolamento 44/2001. Tale disposizione si applica anche alle decisioni che derivano direttamente dalla procedura di insolvenza e le sono strettamente connesse, anche se sono prese da altro giudice, ed alle decisioni riguardanti i provvedimenti conservativi presi successivamente alla richiesta d’apertura di una procedura d’insolvenza.

Il paragrafo secondo, interessato dalla pronuncia in esame, prevede che il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni diverse da quelle di cui al paragrafo 1 si effettuino secondo le disposizioni della convenzione di cui al paragrafo 1 (regolamento 44/2001), «ove questa si applichi».

Con il primo quesito la Corte è stata chiamata a decidere sulla portata di tale inciso («ove questa si applichi») ovvero sulla questione se, prima di poter considerare riconosciuta una decisione di cui all’art. 25, n. 2, del regolamento n. 1346/2000 a norma delle disposizioni del regolamento n. 44/2001, il giudice sia tenuto a verificare se detta decisione rientri nell’ambito di applicazione del regolamento 44/2001.

Su tale prima questione la corte ha precisato che, effettivamente, il giudice deve operare tale controllo. Posto, infatti, che le decisioni di cui al secondo paragrafo dell’art. 25 sono quelle escluse dall’ambito di applicazione diretta del regolamento 1346/2000, che abbiamo visto occuparsi del riconoscimento delle decisioni di apertura (art. 16), svolgimento, chiusura, di quelle ad esse strettamente connesse e di taluni provvedimenti conservativi (Art. 25, par. 1), la disposizione esaminata effettua un rinvio, per le decisioni diverse da quelle elencate, al regolamento 44/2001. Dette decisioni, in sostanza, poiché non sono soggette al regolamento 1346/2000, godono di forza autonoma e, sempre che rientrino nell’ambito di applicazione del reg. 44/2001, devono essere eseguite secondo le disposizioni di tale regolamento, anche ove penda una procedura d’insolvenza. A contrariis, il mero il richiamo, nell’ambito del regolamento 1346/2000 a decisioni diverse da quelle indicate al primo paragrafo comma dell’art. 25, non sarà sufficiente a garantire il loro riconoscimento qualora esse esulino dall’ambito di applicazione del regolamento 44/2001.

La seconda e la terza questione riguardano più nello specifico il regime la riserva di proprietà nell’ambito di una procedura di insolvenza che presenti aspetti di internazionalità.

Con riferimento alla riserva di proprietà, l’art. 7, n. 1, del regolamento 1346/2000 prevede che: «L’apertura della procedura di insolvenza nei confronti dell’acquirente di un bene non pregiudica i diritti del venditore fondati sulla riserva di proprietà allorché il bene, nel momento in cui è aperta la procedura, si trova nel territorio di uno Stato [membro] diverso dallo Stato di apertura». Con questa disposizione si fa salva l’applicazione della lex rei sitae, cioè della legge dello stato membro in cui i beni gravati da riserva di proprietà si trovano, qualora tale stato sia diverso da quello di apertura della procedura.

La presenza di questa disposizione all’interno del regolamento 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza aveva indotto i giudici olandesi a chiedersi se tale richiamo non valesse a far considerare l’azione promossa sulla base di una clausola di riserva di proprietà, nei confronti di un soggetto fallito, tra le materie escluse, ai sensi dell’Art. 1 l’art. 1, n. 2, lett. b) dall’ambito di applicazione  del regolamento n. 44/2001. Se così fosse stato, anche alla luce della soluzione della prima questione appena sopra enunciata, una tale decisione non avrebbe potuto trovare riconoscimento nell’ambito della procedura concorsuale olandese, cedendo il passo alle disposizioni della lex concursus dei Paesi Bassi.

Nel caso di specie, tuttavia, i beni oggetto di riservato dominio non si trovavano in un paese diverso da quello di apertura della procedura, cosicché l’eventuale forza attrattiva di tale disposizione, peraltro negata dalla Corte, non si comunque sarebbe potuta verificare.

La Corte di Giustizia, alla luce della giurisprudenza comunitaria, ha in effetti ritenuto che un’azione fondata sulla riserva di proprietà, come quella promossa dalla società tedesca, non presentasse un nesso sufficientemente diretto e sufficientemente stretto con la procedura concorsuale, tale da far escludere l’applicazione del regolamento n. 44/2001, Secondo la Corte, inoltre, la disposizione dell’art. 4, n 2, lett. b del reg. 1346/2000, secondo cui la lex fori dello stato membro di apertura, determina il regime dei beni che sono oggetto di spossessamento, «non ha alcuna incidenza sull’ambito di applicazione del regolamento n. 44/2001», essendo semplicemente destinata a prevenire i conflitti tra leggi, e non quindi ad interferire sul regime del riconoscimento di decisioni già formate.

Rileviamo che la questione non è di poco conto, considerate le implicazioni che l’esecuzione di un provvedimento conservativo emesso da un giudice straniero può avere nell’ambito di una procedura, quale quella concorsuale, la cui regolamentazione lascia tendenzialmente poco spazio alle azioni individuali, anche cautelari, e nella quale la potestà accertativa dei diritti di proprietà di terzi è concentrata nella mani del tribunale fallimentare che ha pronunciato l’apertura.

Viene da chiedersi cosa sarebbe avvenuto se l’exequatur del provvedimento cautelare tedesco fosse stato richiesto al giudice italiano, nell’ambito di una procedura concorsuale apertasi in Italia, ed avesse avuto ad oggetto beni presenti nel nostro paese.

In base alla pronuncia della Corte di Giustizia sopra esaminata il giudice italiano, accertata l’appartenenza dell’azione cautelare in questione alla materia civile e commerciale, avrebbe dovuto dar esecuzione alla decisione straniera, da attuarsi poi, probabilmente, nelle forme del sequestro giudiziario. Appare opportuno ricordare che, in base alla giurisprudenza della corte comunitaria, sembra doversi negare l’exequatur nel caso in cui il rilascio del provvedimento cautelare non sia stato proceduto da un’istruzione in contraddittorio, quantomeno eventuale. Cfr CGCE, 21.05.1980, Causa C-125/79 Denilauler c. Couchet Frères, in Raccolta, 1980, 1553.

Più incerte risulterebbero invece le sorti di un’azione restitutoria promossa ai sensi dell’art. 103 L. Fall., considerato il restrittivo regime di opponibilità previsto dal nostro ordinamento per la riserva di proprietà. Indipendentemente dalla legge applicabile al contratto, infatti, la legge italiana, in un caso del genere, verrebbe in rilievo in merito alle condizioni di opponibilità del riservato dominio, le quali, attenendo all’efficacia reale di tale garanzia non possessoria, sono disciplinate dalla lex rei sitae (si veda, nel nostro ordinamento, l’Art. 51, 1° comma, L. 218/1995).

In base al combinato disposto degli Art. 1524 del Codice Civile e dell’art. 11, 3° comma del D. Lgs. n. 231/2002, l’opponibiltà della riserva di proprietà in Italia, è regolata in modo piuttosto complesso.

L’art. 1524, primo comma, c.c. dispone, infatti, che la riserva della proprietà è opponibile ai creditori del compratore solo se risulta da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento. Il secondo e il terzo comma dello stesso articolo disciplinano il meccanismo dell’opponibilità di tale clausola nei confronti dei terzi acquirenti, quando la vendita ha per oggetto macchine e il prezzo è superiore alle ITL 30 000 (pari a circa EUR 16), e quando la vendita riguarda beni mobili iscritti in pubblici registri, In questi casi si prevede la trascrizione in appositi registri, per la quale è comunque richiesto l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata.

L’Art. 11, 3° comma D.Lgs. 231/2002, con riferimento alle vendite a consegne ripartite, stabilisce che «La riserva della proprietà di cui all’articolo 1523 del codice civile, preventivamente concordata per iscritto tra l’acquirente e il venditore, è opponibile ai creditori del compratore se è confermata nelle singole fatture delle successive forniture aventi data certa anteriore al pignoramento e regolarmente registrate nelle scritture contabili».

Affinché la riserva di proprietà sia opponibile ai terzi (e quindi al fallimento) in Italia, occorre che essa sia previamente pattuita e risultante da atto scritto avente data certa (anteriore al pignoramento od al fallimento) e, nel caso in cui la consegna non sia contestuale, la clausola sia richiamata nelle successive fatture, aventi anch’esse data certa (anteriore al pignoramento od al fallimento) e regolarmente registrate. Tali condizioni rendono, nella pratica, difficilmente attuabile la riserva di proprietà, limitando l’efficacia di uno strumento di garanzia invece diffusamente utilizzato in altri ordinamenti, specialmente in quelli di matrice germanica.

La questione delle condizioni di opponibilità della riserva di proprietà nel nostro ordinamento fu portata all’attenzione della Corte di Giustizia, con la causa C-302/05, avviata dalla Commissione per inadempimento della Repubblica Italiana nella trasposizione della direttiva CE/35/2000 relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

L’art.  4, n. 1, della Direttiva 2000/35 dispone che gli Stati membri provvedono in conformità con le disposizioni nazionali applicabili secondo il diritto internazionale privato «affinché il venditore conservi il diritto di proprietà sui beni fintanto che essi non siano stati pagati totalmente, qualora sia stata esplicitamente concordata una clausola di riserva di proprietà tra l’acquirente e il venditore prima della consegna dei beni». Nel ventunesimo ‘considerando’ della direttiva stessa si dichiara «auspicabile garantire che i creditori siano in posizione tale da poter esercitare la riserva di proprietà su base non discriminatoria in tutta la Comunità, se la clausola della riserva di proprietà è valida ai sensi delle disposizioni nazionali applicabili secondo il diritto internazionale privato». La possibilità conferita ai creditori di avvalersi di una clausola del genere appare essere, secondo la Corte comunitaria, un contributo specifico alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

Il legislatore italiano, nell’attuare la direttiva, inserì nell’ultimo comma dell’ultimo articolo del D.Lgs. 231/2002 la disposizione sopra richiamata secondo la quale, per l’opponibiltà ai creditori del compratore, si richiede la conferma della clausola di riserva di proprietà, previamente concordata, nelle successive fatture aventi data certa e regolarmente registrate.  La Commissione, nel suo ricorso, denunciava che tali requisiti impongono al venditore di farsi carico di oneri amministrativi rilevanti, in contrasto con lo spirito della direttiva di favorire l’esercizio della tutela offerta dal riservato dominio.

La CGCE, tuttavia, richiamandosi al tenore testuale dell’Art. 4 n. 1 della Direttiva CE/35/2000 e del ventunesimo ‘considerando’, in cui si fa riferimento alla validità ed efficacia della riserva di proprietà nei rapporti tra acquirente e venditore e non invece, all’opponibiltà ai terzi, ha ritenuto che la Direttiva non avesse inteso incidere su norme come quelle in discussione nella fattispecie, riguardanti appunto l’opponibilità, restando tali norme disciplinate esclusivamente dagli ordinamenti giuridici interni degli Stati membri.

Tale soluzione, se condivisibile sul piano letterale, desta meno soddisfazione sotto altri profili. La pronuncia sembra, infatti, dettata da un (comprensibile) ossequio per la potestà legislativa degli stati membri in materia di diritti reali più che da un’effettiva aderenza agli obiettivi della Direttiva CE/35/2000. È difficile ammettere che gli Stati membri «possano garantire che i creditori siano in posizione tale da poter esercitare la riserva di proprietà su base non discriminatoria in tutta la Comunità», mantenendo un regime di opponibilità così diverso da paese e paese e facendo sì che una riserva di proprietà validamente costituita secondo la legge applicabile al contratto risulti, in alcuni paesi, in concreto inutilizzabile.

Tornando al caso esaminato dalla Corte di Giustizia nella sua più recente pronuncia, il venditore tedesco che avesse venduto i suoi macchinari in Italia, avrebbe probabilmente avuto qualche difficoltà a far valere, nei confronti del fallimento aperto in Italia nei confronti del compratore, l’anteriorità della riserva di proprietà. Il provvedimento conservativo del giudice tedesco, pur contenendo un accertamento circa l’esistenza della clausola di riserva di proprietà, era stato ottenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento e non avrebbe quindi giovato in tal senso. Sarebbero stati dunque necessari altri elementi idonei a dar prova della data certa (anteriore) del patto di riservato dominio.

Anche qualora avesse voluto far valere i suoi diritti nei confronti del terzo acquirente, il venditore tedesco avrebbe avuto scarsa fortuna, a meno che non avesse provveduto, come stabilito dall’Art. 1524, 2° comma del nostro Codice Civile, a trascrivere il patto di riservato dominio in apposito registro tenuto nella cancelleria del tribunale nella giurisdizione del quale si trovava la macchina ed a condizione che questa si trovasse ancora in tale luogo al momento della domanda di restituzione. Tale registrazione avrebbe comunque richiesto, ai sensi dell’Art. 84 delle disposizione di attuazione del codice civile, che il contratto contenente la riserva di proprietà fosse stato stipulato con atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Le considerazioni sopra svolte ci portano a concludere che, nell’attuale contesto normativo, italiano e comunitario, in attesa di una auspicata armonizzazione legislativa sui temi sopra affrontati, il soggetto che opera nel mercato  internazionale debba continuare a porre attenzione, oltre che alla legge applicabile al contratto, allo statuto reale del paese di situazione/provenienza/destinazione dei beni oggetto dei suoi scambi. Questo perché, come abbiamo visto, tale statuto regola aspetti che spesso esulano da quelli affrontati (od affrontabili) nel contratto, ma non meno importanti, quali appunto l’opponibilità a terzi dei diritti sui beni oggetto del contratto. Una maggiore consapevolezza di tali meccanismi giuridici può consentire di predisporre per tempo gli strumenti, anche cautelari, necessari ad una più efficace tutela dei propri diritti, sia nei confronti della controparte straniera, sia nei confronti di eventuali terzi, in particolare nel caso di procedure concorsuali.

Avv. Pierantonio Paulon, LL.M.

10.02.2010  – Tutti i diritti riservati ©

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