La Corte di Giustizia sull’exequatur: l’avvenuta esecuzione della decisione non rientra tra i motivi di opposizione

Con sentenza del 13 ottobre 2011 (Causa C-139/10 – Prism Investments BV contro Jaap Anne van der Meer) la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha affrontato una questione nuova, ovvero se possa rientrare tra i motivi di opposizione ad exequatur ai sensi dell’Art. 45 del Regolamento CE/44/2011, l’avvenuta esecuzione della decisione (o atto pubblico o transazione giudiziaria), proveniente da un altro Stato membro, che s’intende far eseguire.

La domanda di pronuncia pregiudiziale venne rivolta alla Corte di Giustizia dal Hoge Raad der Nederlanden (Suprema Corte olandese), nell’ambito di una complessa vicenda che coinvolgeva alcune società aventi sede in vari Stati membri. Il curatore di una di queste (J. A. van der Meer), aveva chiesto ed ottenuto presso il Rechtbank ’s‑Hertogenbosch  la concessione dell’exequatur ex art. 38 del regolamento n. 44/2001, di una sentenza della Cour d’appel di Bruxelles del 5 dicembre 2006, la quale aveva condannato una società di diritto olandese (la Prism Investments) alla restituzione di una certa somma ricevuta in mutuo dalla prima società.

La Prism Investments aveva proposto ricorso avverso la decisione di concessione dell’exequatur, eccependo che la decisione del giudice belga era già stata eseguita in Belgio, mediante compensazione, e la concessione dell’exequatur doveva perciò ritenersi contraria all’ordine pubblico.

Il Rechtbank ’s‑Hertogenbosch, attenendosi ad una interpretazione rigorosa dell’Art. 45 del regolamento n. 44/2001, secondo cui la dichiarazione di esecutività può essere revocata solamente per uno dei motivi previsti agli artt. 34 e 35 del regolamento medesimo, respingeva il ricorso, rilevando che l’esecuzione degli obblighi derivanti dalla decisione oggetto di exequatur non è contemplata tra i motivi di opposizione e può essere quindi presa in considerazione non nell’ambito del procedimento di impugnazione della declaratoria di esecutività, bensì unicamente nella successiva fase dell’esecuzione propriamente detta.

Alcuni governi (in particolare quello inglese e tedesco), facendo presente che tenendo conto, nel corso dell’opposizione ad exequatur, dell’avvenuta esecuzione della decisione da eseguire, si sarebbe potuto evitare l’instaurarsi di un successivo procedimento esecutivo destinato ad interrompersi, avevano caldeggiato un’interpretazione ampia dei motivi di opposizione da parte della Corte.

Si ricorda che solo nella fase di opposizione ad exequatur, quindi in via successiva ed eventuale, avviene un controllo da parte dei giudici del paese ricevente dei motivi ostativi di cui agli Art. 34 e 35 Reg., 44/2001 (ovvero contrarietà all’ordine pubblico, mancata notificazione, contrasto di giudicati, etc.).

La Corte, tuttavia, facendo propria la posizione dell’Avvocato Generale Kokott, ha concluso escludendo che l’eccezione di avvenuta esecuzione della decisione possa rientrare tra i motivi di diniego ai sensi degli Art. 34 e 35 del Reg. CE/44/2001, «considerato che la procedura di exequatur consiste in un controllo formale dei documenti prodotti dalla ricorrente, la deduzione di un motivo a sostegno di un ricorso proposto ai sensi degli artt. 43 o 44 del regolamento n. 44/2001, come quello relativo all’esecuzione della decisione in questione nello Stato membro d’origine, altererebbe le caratteristiche di tale procedura e ne allungherebbe i tempi, in contrasto con l’obiettivo di efficacia e di rapidità affermato al diciassettesimo ‘considerando’ del regolamento stesso».

La sentenza della Corte di Giustizia segna un ulteriore passo avanti verso la circolazione della decisioni e degli atti pubblici all’interno dello spazio giuridico comunitario ed induce i soggetti agenti in quest’ambito ad una ancor più accorta attenzione e reazione verso le vicende giuridiche che li riguardano, anche quando queste si svolgono al di fuori dello Stato di appartenenza.

Avv. Pierantonio Paulon, LL.M.

29 ottobre 2011  – Tutti i diritti riservati ©

 

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La Corte di Giustizia su contratti di viaggio e foro del consumatore: non basta sola accessibilità del sito web

Con Sentenza del 7 dicembre 2010 (grande sezione) la Corte del Lussemburgo, pronunciandosi sulle cause riunite Peter Pammer contro Reederei Karl Schlüter GmbH & Co. KG (C-585/08) e Hotel Alpenhof GesmbH contro Oliver Heller (C-144/09), ha affrontato due questioni:

1) la riconducibilità di un contratto avente ad oggetto un viaggio in nave mercantile ai contratti di trasporto di cui al paragrafo 3 dell’Art. 15 del Regolamento 44/2001, sulla competenza in materia di contratti conclusi da consumatori;

2) la nozione di attività diretta verso lo Stato membro di domicilio del consumatore, ai sensi dell’Art. 15.1 lett. c) del Regolamento 44/2001, ed in particolare se sia sufficiente il fatto che il sito web della controparte del consumatore sia accessibile via Internet

La prima controversia riguardava un consumatore domiciliato in Austria (Pammer) e la Reederei Karl Schlüter, società stabilita in Germania, in merito ad un viaggio in nave mercantile da Trieste verso l’Estremo Oriente, organizzato da tale società e oggetto del relativo contratto concluso tra quest’ultima ed il Sig. Pammer. Il viaggio era stato prenotato tramite la Internationale Frachtschiffreisen Pfeiffer GmbH, società con sede in Germania, la quale pubblicizzava sul proprio sito internet il viaggio per conto della Reederei Karl Schlüter, facendo presente che la nave disponeva di vari servizi e di un certo comfort e che erano previsti scali tali da consentire escursioni nelle città. Il Sig. Pammer il giorno della partenza rifiutava d’imbarcarsi e chiedeva il rimborso del prezzo versato per il viaggio, sostenendo che la descrizione fornita non corrispondeva alle condizioni offerte sulla nave. Ottenuto un rimborso solo parziale da parte della Reederei Karl Schlüter, il Sig. Pammer decideva di convenire quest’ultima davanti al giudice del proprio domicilio in Austria (Bezirksgericht Krems an der Donau).

La Reederei eccepiva il difetto di giurisdizione rilevando di esercitare alcuna attività imprenditoriale o commerciale in Austria. Eccezione respinta in primo grado sul presupposto che il contratto di viaggio costituiva un contratto concluso tra consumatori, vale a dire un viaggio tutto compreso, e che la società intermediaria aveva svolto attività di promozione in Austria, tramite Internet, per conto della Reederei Karl Schlüter. Tuttavia nell’appello proposto da quest’ultima, il Landesgericht Krems an der Donau dichiarava il difetto di giurisdizione negando che il contratto in questione potesse considerarsi contratto di viaggio, e che quindi fosse applicabile la deroga prevista dall’Art. 15.3 secondo la quale la sezione 4 del Reg. 44/2001 «non si applica ai contratti di trasporto che non prevedono prestazioni combinate di trasporto e di alloggio per un prezzo globale». La corte di Cassazione austriaca (Oberster Gerichtshof), adita dal Sig. Pammer, decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre le due questioni pregiudiziali sopra indicate alla Corte di Giustizia.

La seconda controversia riguardava un soggiorno alberghiero prenotato dal Sig. Heller, consumatore domiciliato in Germania presso l’Hotel Alpenhof, situato in Austria e gestito dall’omonima società (Hotel Alpenhof GesmbH). La prenotazione era stata inviata dal Sig. Heller, e confermata dall’Hotel tramite l’indirizzo di posta elettronica indicato nel sito dell’Hotel, tramite il consumatore aveva conosciuto la struttura alberghiera. Anche in questo caso il consumatore constava i servizi offerti, abbandonando la struttura senza pagare la relativa fattura. L’Hotel Alpenhof conveniva il Sig. Heller davanti al Bezirksgericht Sankt Johann im Pongau (Austria), ove il consumatore eccepiva il difetto di giurisdizione, in virtù dell’Art. 15, n. 1, lett. c) del Regolamento 44/2001, ritenendo sussistente un’attività del commerciante diretta verso lo Stato membro di domicilio del consumatore. L’eccezione veniva accolta in primo grado ed in appello (dal Landesgericht Salzburg).  Nel procedimento di cassazione (Revision) instaurato da Alpenhof tuttavia, l’Oberster Gerichtshof, nell’incertezza sulla pronuncia della Corte al secondo quesito pregiudiziale proposto nel procedimento C‑585/08, riteneva necessario sospendere il giudizio e sottoporre alla Corte la medesima questione pregiudiziale, riguardo al concetto di attività del commerciante “diretta” verso un altro Stato membro, con riferimento all’accessibilità del sito internet.

Sulla prima questione, sollevata nel procedimento C‑585/08 (Peter Pammer contro Reederei Karl Schlüter GmbH & Co. KG), la Corte rilevando che, nella fattispecie, oltre al trasporto, il viaggio in nave mercantile comportava, per un prezzo forfettario, anche l’alloggio e che tale viaggio era di durata superiore alle 24 ore, ha stabilito che tale prestazione risponde ai requisiti necessari per poter costituire un «viaggio tutto compreso» ai sensi dell’art. 2, n. 1, della direttiva 90/314 e ricade nella definizione di contratto di trasporto a prezzo globale di cui all’art. 15, n. 3, del regolamento n. 44/2001, letto alla luce di detto art. 2, n. 1.

Ricordiamo che l’applicazione delle competenze speciali di cui alla sezione 4 del Regolamento consente al consumatore-attore di scegliere se convenire la controparte, oltre che nello Stato membro dove quest’ultima è domiciliata (Art. 2 Reg. 44/2001) o nel quale ha una succursale od agenzia (Art. 5.1 n. 5) anche nello Stato membro ove il consumatore stesso ha il proprio domicilio. Il consumatore, invece, può essere convenuto solo nello Stato membro del proprio domicilio, tranne che nei casi espressamente previsti dall’Art. 17 Reg. 44/2001 (convenzione di deroga: a) posteriore al sorgere della controversia, oppure, b) che designi foro diverso da quelli indicati nella sezione 4, oppure c) foro del domicilio comune delle parti).

Con la seconda questione, sollevata in entrambi i procedimenti, la Corte di Giustizia affronta il delicato problema dell’interpretazione del concetto di “attività diretta verso un altro Stato membro” per il tramite di Internet, ai sensi dell’art. 15, n. 1, lett. c), ed in particolare se, per ravvisare tale attività, sia sufficiente che il sito web della controparte del consumatore sia accessibile via Internet.

In considerazione del fatto che qualsiasi sito Internet, per il solo fatto di esistere, è potenzialmente accessibile da e quindi astrattamente rivolto a consumatori di tutto il mondo, e quindi da qualsiasi Stato membro, la Corte cerca di tracciare dei confini entro i quali circoscrivere la nozione di attività «diretta verso uno Stato membro», rilevando che, pur essendo indubbiamente gli artt. 15, n. 1, lett. c), e 16 del Regolamento n. 44/2001 intesi a tutelare i consumatori, ciò non implica che tale tutela sia assoluta (cfr, per analogia, con riguardo alla direttiva 85/577/CE la sentenza emessa nella causa E. Friz C‑215/08, punto 44).

La Corte, in maniera condivisibile, pone l’accento sulla necessaria consapevolezza e volontà del commerciante di rivolgersi verso uno o più altri Stati membri. Volontà che può ritenersi implicita in talune forme di pubblicità.

In particolare la Corte di Giustizia elenca, in modo dichiaratamente non esaustivo, una serie di indizi che consentono di ritenere che l’attività del commerciante sia diretta verso lo Stato membro di domicilio del consumatore, vale a dire la natura internazionale dell’attività, quali:

–          l’indicazione di itinerari a partire da altri Stati membri per recarsi presso il luogo in cui il commerciante è stabilito;

–          l’utilizzazione di una lingua o di una moneta diverse dalla lingua o dalla moneta abitualmente utilizzate nello Stato membro in cui il commerciante è stabilito con la possibilità di prenotare e confermare la prenotazione in tale diversa lingua;

–          l’indicazione di recapiti telefonici unitamente ad un prefisso internazionale;

–          il dispiego di risorse finanziarie per un servizio di posizionamento su Internet al fine di facilitare ai consumatori domiciliati in altri Stati membri l’accesso al sito del commerciante ovvero a quello del suo intermediario:

–          l’utilizzazione di un nome di dominio di primo livello diverso da quello dello Stato membro in cui il commerciante è stabilito e la menzione di una clientela internazionale composta da clienti domiciliati in Stati

membri differenti.

Dopo aver precisato che spetta al giudice nazionale verificare la sussistenza di tali indizi, la Corte afferma che «la semplice accessibilità del sito Internet del commerciante o di quello dell’intermediario nello Stato membro sul territorio del quale il consumatore è domiciliato è insufficiente. Ciò vale anche con riguardo all’indicazione di un indirizzo di posta elettronica o di altre coordinate ovvero all’impiego di una lingua o di una moneta che costituiscano la lingua e/o la moneta abitualmente utilizzate nello Stato membro nel quale il commerciante è stabilito».

La Corte di Giustizia, pur rimettendosi alla valutazione del giudice nazionale per l’esame della fattispecie concreta, rileva che, nel caso Alpenhof v Heller, sembravano sussistere più indizi tra quelli sopra indicati, idonei a dimostrare che il commerciante dirigesse la propria attività verso uno o più Stati membri diversi dalla Repubblica d’Austria. La circostanza, addotta da Alpenhof, che le chiavi fossero state consegnate al consumatore e che il pagamento sia stato effettuato da quest’ultimo nello Stato membro sul territorio del quale il commerciante era stabilito non osta, secondo la Corte, all’applicazione dell’Art. 15.1 lett. c) del Reg. 44/2001, qualora la prenotazione e la relativa conferma abbiano avuto luogo a distanza, in modo tale che il consumatore abbia assunto gli obblighi contrattuali a distanza.

Riteniamo che la sintesi della massima oggetto della seconda questione pregiudiziale possa essere ritrovata nel rilievo della Corte secondo la quale «occorre quindi acclarare se, prima dell’eventuale conclusione del contratto con il consumatore medesimo, esistessero indizi che evidenziavano che il commerciante intendeva trattare con consumatori residenti in altri Stati membri, tra i quali quello sul territorio del quale il consumatore stesso è domiciliato, nel senso che fosse disposto a concludere un contratto con tali consumatori».

Avv. Pierantonio Paulon, LL.M.

09.02.2011  – Tutti i diritti riservati ©

La Corte di Giustizia sulla riserva di proprietà nelle procedure d’insolvenza

Dopo la sentenza del 26 ottobre 2006, causa C-302/05 Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana, con la sentenza del 10 settembre 2009, causa C-292/08, German Graphics Graphische Maschinen GmbH contro Alice van der Schee, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee è tornata a occuparsi della riserva di proprietà.

La Corte del Lussemburgo si è pronunciata su alcune questioni pregiudiziali sollevate dalla suprema Corte dei Paesi Bassi (Hoge Raad der Nederlanden) in una controversia che opponeva la società tedesca German Graphics e la curatrice della Holland Binding, società olandese alla quale la German Graphics aveva venduto dei macchinari in forza di un contratto recante una clausola di riserva di proprietà.

La German Graphics, avendo ottenuto dal Landgericht Braunschweig (Germania), successivamente all’apertura della procedura fallimentare, un provvedimento conservativo relativo ad alcuni macchinari che si trovavano presso i locali della società olandese, ne richiedeva l’exequatur presso il voorzieningenrechter te Utrecht, giudice dei provvedimenti d’urgenza di Utrecht (Paesi Bassi), che accoglieva l’istanza. La curatrice del fallimento della Hollang Binding interponeva appello dinanzi al Rechtbank Utrecht contro la decisione che dichiarava esecutiva l’ordinanza del Tribunale tedesco, ottenendone l’annullamento. La German Graphics presentava allora ricorso per cassazione al Hoge Raad der Nederlanden, nell’ambito del quale vennero sollevate le questioni sottoposte all’esame della Corte di Giustizia.

Tali questioni riguardavano la sfera di applicazione delle disposizioni del Regolamento 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza e del Regolamento 44/2001, ed in particolare l’inquadramento di un’azione conservativa promossa sulla base di una clausola di riserva di proprietà nell’ambito della disciplina dei due regolamenti.

Ricordiamo, innanzitutto, che il regolamento 1346/2000 sulle procedura d’insolvenza si occupa sia della competenza che della legge applicabile, oltreché del riconoscimento intracomunitario di decisioni attinenti alle procedure di insolvenza .

Esso stabilisce, infatti, in primo luogo, i giudici di quale Stato membro abbiano competenza per l’apertura di una procedura d’insolvenza (Art. 3) e di eventuali procedure secondarie. Il regolamento prevede l’applicazione alla procedura della legge dello stato di apertura, stabilendo che essa determini le condizioni di apertura, lo svolgimento e la chiusura, nonché i beni che sono oggetto di spossessamento e la sorte dei beni acquisiti dal debitore dopo l’apertura della procedura di insolvenza (L’art. 4, nn. 1 e 2, lett. b).

Quanto al riconoscimento delle decisioni in materia d’insolvenza, di esso si occupa innanzitutto l’art. 16, per quanto riguarda la decisione di apertura. Per la fase successiva all’apertura vengono in rilievo le disposizioni dell’Art. 25.

Il paragrafo 1 di tale articolo tratta del riconoscimento delle decisioni relative allo svolgimento e alla chiusura di una procedura di insolvenza in un paese diverso da quello in cui è stata pronunciata l’apertura della procedura stessa e stabilisce che dette decisioni siano riconosciute ed eseguite a norma della [Convenzione di Bruxelles], ora del regolamento 44/2001. Tale disposizione si applica anche alle decisioni che derivano direttamente dalla procedura di insolvenza e le sono strettamente connesse, anche se sono prese da altro giudice, ed alle decisioni riguardanti i provvedimenti conservativi presi successivamente alla richiesta d’apertura di una procedura d’insolvenza.

Il paragrafo secondo, interessato dalla pronuncia in esame, prevede che il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni diverse da quelle di cui al paragrafo 1 si effettuino secondo le disposizioni della convenzione di cui al paragrafo 1 (regolamento 44/2001), «ove questa si applichi».

Con il primo quesito la Corte è stata chiamata a decidere sulla portata di tale inciso («ove questa si applichi») ovvero sulla questione se, prima di poter considerare riconosciuta una decisione di cui all’art. 25, n. 2, del regolamento n. 1346/2000 a norma delle disposizioni del regolamento n. 44/2001, il giudice sia tenuto a verificare se detta decisione rientri nell’ambito di applicazione del regolamento 44/2001.

Su tale prima questione la corte ha precisato che, effettivamente, il giudice deve operare tale controllo. Posto, infatti, che le decisioni di cui al secondo paragrafo dell’art. 25 sono quelle escluse dall’ambito di applicazione diretta del regolamento 1346/2000, che abbiamo visto occuparsi del riconoscimento delle decisioni di apertura (art. 16), svolgimento, chiusura, di quelle ad esse strettamente connesse e di taluni provvedimenti conservativi (Art. 25, par. 1), la disposizione esaminata effettua un rinvio, per le decisioni diverse da quelle elencate, al regolamento 44/2001. Dette decisioni, in sostanza, poiché non sono soggette al regolamento 1346/2000, godono di forza autonoma e, sempre che rientrino nell’ambito di applicazione del reg. 44/2001, devono essere eseguite secondo le disposizioni di tale regolamento, anche ove penda una procedura d’insolvenza. A contrariis, il mero il richiamo, nell’ambito del regolamento 1346/2000 a decisioni diverse da quelle indicate al primo paragrafo comma dell’art. 25, non sarà sufficiente a garantire il loro riconoscimento qualora esse esulino dall’ambito di applicazione del regolamento 44/2001.

La seconda e la terza questione riguardano più nello specifico il regime la riserva di proprietà nell’ambito di una procedura di insolvenza che presenti aspetti di internazionalità.

Con riferimento alla riserva di proprietà, l’art. 7, n. 1, del regolamento 1346/2000 prevede che: «L’apertura della procedura di insolvenza nei confronti dell’acquirente di un bene non pregiudica i diritti del venditore fondati sulla riserva di proprietà allorché il bene, nel momento in cui è aperta la procedura, si trova nel territorio di uno Stato [membro] diverso dallo Stato di apertura». Con questa disposizione si fa salva l’applicazione della lex rei sitae, cioè della legge dello stato membro in cui i beni gravati da riserva di proprietà si trovano, qualora tale stato sia diverso da quello di apertura della procedura.

La presenza di questa disposizione all’interno del regolamento 1346/2000 sulle procedure d’insolvenza aveva indotto i giudici olandesi a chiedersi se tale richiamo non valesse a far considerare l’azione promossa sulla base di una clausola di riserva di proprietà, nei confronti di un soggetto fallito, tra le materie escluse, ai sensi dell’Art. 1 l’art. 1, n. 2, lett. b) dall’ambito di applicazione  del regolamento n. 44/2001. Se così fosse stato, anche alla luce della soluzione della prima questione appena sopra enunciata, una tale decisione non avrebbe potuto trovare riconoscimento nell’ambito della procedura concorsuale olandese, cedendo il passo alle disposizioni della lex concursus dei Paesi Bassi.

Nel caso di specie, tuttavia, i beni oggetto di riservato dominio non si trovavano in un paese diverso da quello di apertura della procedura, cosicché l’eventuale forza attrattiva di tale disposizione, peraltro negata dalla Corte, non si comunque sarebbe potuta verificare.

La Corte di Giustizia, alla luce della giurisprudenza comunitaria, ha in effetti ritenuto che un’azione fondata sulla riserva di proprietà, come quella promossa dalla società tedesca, non presentasse un nesso sufficientemente diretto e sufficientemente stretto con la procedura concorsuale, tale da far escludere l’applicazione del regolamento n. 44/2001, Secondo la Corte, inoltre, la disposizione dell’art. 4, n 2, lett. b del reg. 1346/2000, secondo cui la lex fori dello stato membro di apertura, determina il regime dei beni che sono oggetto di spossessamento, «non ha alcuna incidenza sull’ambito di applicazione del regolamento n. 44/2001», essendo semplicemente destinata a prevenire i conflitti tra leggi, e non quindi ad interferire sul regime del riconoscimento di decisioni già formate.

Rileviamo che la questione non è di poco conto, considerate le implicazioni che l’esecuzione di un provvedimento conservativo emesso da un giudice straniero può avere nell’ambito di una procedura, quale quella concorsuale, la cui regolamentazione lascia tendenzialmente poco spazio alle azioni individuali, anche cautelari, e nella quale la potestà accertativa dei diritti di proprietà di terzi è concentrata nella mani del tribunale fallimentare che ha pronunciato l’apertura.

Viene da chiedersi cosa sarebbe avvenuto se l’exequatur del provvedimento cautelare tedesco fosse stato richiesto al giudice italiano, nell’ambito di una procedura concorsuale apertasi in Italia, ed avesse avuto ad oggetto beni presenti nel nostro paese.

In base alla pronuncia della Corte di Giustizia sopra esaminata il giudice italiano, accertata l’appartenenza dell’azione cautelare in questione alla materia civile e commerciale, avrebbe dovuto dar esecuzione alla decisione straniera, da attuarsi poi, probabilmente, nelle forme del sequestro giudiziario. Appare opportuno ricordare che, in base alla giurisprudenza della corte comunitaria, sembra doversi negare l’exequatur nel caso in cui il rilascio del provvedimento cautelare non sia stato proceduto da un’istruzione in contraddittorio, quantomeno eventuale. Cfr CGCE, 21.05.1980, Causa C-125/79 Denilauler c. Couchet Frères, in Raccolta, 1980, 1553.

Più incerte risulterebbero invece le sorti di un’azione restitutoria promossa ai sensi dell’art. 103 L. Fall., considerato il restrittivo regime di opponibilità previsto dal nostro ordinamento per la riserva di proprietà. Indipendentemente dalla legge applicabile al contratto, infatti, la legge italiana, in un caso del genere, verrebbe in rilievo in merito alle condizioni di opponibilità del riservato dominio, le quali, attenendo all’efficacia reale di tale garanzia non possessoria, sono disciplinate dalla lex rei sitae (si veda, nel nostro ordinamento, l’Art. 51, 1° comma, L. 218/1995).

In base al combinato disposto degli Art. 1524 del Codice Civile e dell’art. 11, 3° comma del D. Lgs. n. 231/2002, l’opponibiltà della riserva di proprietà in Italia, è regolata in modo piuttosto complesso.

L’art. 1524, primo comma, c.c. dispone, infatti, che la riserva della proprietà è opponibile ai creditori del compratore solo se risulta da atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento. Il secondo e il terzo comma dello stesso articolo disciplinano il meccanismo dell’opponibilità di tale clausola nei confronti dei terzi acquirenti, quando la vendita ha per oggetto macchine e il prezzo è superiore alle ITL 30 000 (pari a circa EUR 16), e quando la vendita riguarda beni mobili iscritti in pubblici registri, In questi casi si prevede la trascrizione in appositi registri, per la quale è comunque richiesto l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata.

L’Art. 11, 3° comma D.Lgs. 231/2002, con riferimento alle vendite a consegne ripartite, stabilisce che «La riserva della proprietà di cui all’articolo 1523 del codice civile, preventivamente concordata per iscritto tra l’acquirente e il venditore, è opponibile ai creditori del compratore se è confermata nelle singole fatture delle successive forniture aventi data certa anteriore al pignoramento e regolarmente registrate nelle scritture contabili».

Affinché la riserva di proprietà sia opponibile ai terzi (e quindi al fallimento) in Italia, occorre che essa sia previamente pattuita e risultante da atto scritto avente data certa (anteriore al pignoramento od al fallimento) e, nel caso in cui la consegna non sia contestuale, la clausola sia richiamata nelle successive fatture, aventi anch’esse data certa (anteriore al pignoramento od al fallimento) e regolarmente registrate. Tali condizioni rendono, nella pratica, difficilmente attuabile la riserva di proprietà, limitando l’efficacia di uno strumento di garanzia invece diffusamente utilizzato in altri ordinamenti, specialmente in quelli di matrice germanica.

La questione delle condizioni di opponibilità della riserva di proprietà nel nostro ordinamento fu portata all’attenzione della Corte di Giustizia, con la causa C-302/05, avviata dalla Commissione per inadempimento della Repubblica Italiana nella trasposizione della direttiva CE/35/2000 relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

L’art.  4, n. 1, della Direttiva 2000/35 dispone che gli Stati membri provvedono in conformità con le disposizioni nazionali applicabili secondo il diritto internazionale privato «affinché il venditore conservi il diritto di proprietà sui beni fintanto che essi non siano stati pagati totalmente, qualora sia stata esplicitamente concordata una clausola di riserva di proprietà tra l’acquirente e il venditore prima della consegna dei beni». Nel ventunesimo ‘considerando’ della direttiva stessa si dichiara «auspicabile garantire che i creditori siano in posizione tale da poter esercitare la riserva di proprietà su base non discriminatoria in tutta la Comunità, se la clausola della riserva di proprietà è valida ai sensi delle disposizioni nazionali applicabili secondo il diritto internazionale privato». La possibilità conferita ai creditori di avvalersi di una clausola del genere appare essere, secondo la Corte comunitaria, un contributo specifico alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

Il legislatore italiano, nell’attuare la direttiva, inserì nell’ultimo comma dell’ultimo articolo del D.Lgs. 231/2002 la disposizione sopra richiamata secondo la quale, per l’opponibiltà ai creditori del compratore, si richiede la conferma della clausola di riserva di proprietà, previamente concordata, nelle successive fatture aventi data certa e regolarmente registrate.  La Commissione, nel suo ricorso, denunciava che tali requisiti impongono al venditore di farsi carico di oneri amministrativi rilevanti, in contrasto con lo spirito della direttiva di favorire l’esercizio della tutela offerta dal riservato dominio.

La CGCE, tuttavia, richiamandosi al tenore testuale dell’Art. 4 n. 1 della Direttiva CE/35/2000 e del ventunesimo ‘considerando’, in cui si fa riferimento alla validità ed efficacia della riserva di proprietà nei rapporti tra acquirente e venditore e non invece, all’opponibiltà ai terzi, ha ritenuto che la Direttiva non avesse inteso incidere su norme come quelle in discussione nella fattispecie, riguardanti appunto l’opponibilità, restando tali norme disciplinate esclusivamente dagli ordinamenti giuridici interni degli Stati membri.

Tale soluzione, se condivisibile sul piano letterale, desta meno soddisfazione sotto altri profili. La pronuncia sembra, infatti, dettata da un (comprensibile) ossequio per la potestà legislativa degli stati membri in materia di diritti reali più che da un’effettiva aderenza agli obiettivi della Direttiva CE/35/2000. È difficile ammettere che gli Stati membri «possano garantire che i creditori siano in posizione tale da poter esercitare la riserva di proprietà su base non discriminatoria in tutta la Comunità», mantenendo un regime di opponibilità così diverso da paese e paese e facendo sì che una riserva di proprietà validamente costituita secondo la legge applicabile al contratto risulti, in alcuni paesi, in concreto inutilizzabile.

Tornando al caso esaminato dalla Corte di Giustizia nella sua più recente pronuncia, il venditore tedesco che avesse venduto i suoi macchinari in Italia, avrebbe probabilmente avuto qualche difficoltà a far valere, nei confronti del fallimento aperto in Italia nei confronti del compratore, l’anteriorità della riserva di proprietà. Il provvedimento conservativo del giudice tedesco, pur contenendo un accertamento circa l’esistenza della clausola di riserva di proprietà, era stato ottenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento e non avrebbe quindi giovato in tal senso. Sarebbero stati dunque necessari altri elementi idonei a dar prova della data certa (anteriore) del patto di riservato dominio.

Anche qualora avesse voluto far valere i suoi diritti nei confronti del terzo acquirente, il venditore tedesco avrebbe avuto scarsa fortuna, a meno che non avesse provveduto, come stabilito dall’Art. 1524, 2° comma del nostro Codice Civile, a trascrivere il patto di riservato dominio in apposito registro tenuto nella cancelleria del tribunale nella giurisdizione del quale si trovava la macchina ed a condizione che questa si trovasse ancora in tale luogo al momento della domanda di restituzione. Tale registrazione avrebbe comunque richiesto, ai sensi dell’Art. 84 delle disposizione di attuazione del codice civile, che il contratto contenente la riserva di proprietà fosse stato stipulato con atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Le considerazioni sopra svolte ci portano a concludere che, nell’attuale contesto normativo, italiano e comunitario, in attesa di una auspicata armonizzazione legislativa sui temi sopra affrontati, il soggetto che opera nel mercato  internazionale debba continuare a porre attenzione, oltre che alla legge applicabile al contratto, allo statuto reale del paese di situazione/provenienza/destinazione dei beni oggetto dei suoi scambi. Questo perché, come abbiamo visto, tale statuto regola aspetti che spesso esulano da quelli affrontati (od affrontabili) nel contratto, ma non meno importanti, quali appunto l’opponibilità a terzi dei diritti sui beni oggetto del contratto. Una maggiore consapevolezza di tali meccanismi giuridici può consentire di predisporre per tempo gli strumenti, anche cautelari, necessari ad una più efficace tutela dei propri diritti, sia nei confronti della controparte straniera, sia nei confronti di eventuali terzi, in particolare nel caso di procedure concorsuali.

Avv. Pierantonio Paulon, LL.M.

10.02.2010  – Tutti i diritti riservati ©